Featured image of post Zero Trust nel cloud

Zero Trust nel cloud

Nel cloud non c'è perimetro da difendere: solo identità, API e configurazioni. Lo Zero Trust diventa gestione rigorosa di identità (umane e di workload), permessi minimi e postura delle risorse. IAM, ruoli, CSPM e i rischi del cloud.

Perché conta

Il cloud è il contesto dove lo Zero Trust non è una scelta architetturale ma la condizione nativa: non c’è un perimetro fisico da difendere, non c’è un “dentro”. Ci sono identità, API e configurazioni. Una risorsa cloud si raggiunge e si controlla tramite chiamate API autenticate da credenziali; chi ha la credenziale giusta fa l’azione, da ovunque. Questo rende i principi della serie — identità forte, minimo privilegio, verifica continua — letteralmente il modello di sicurezza del cloud, non un’aggiunta.

Il perimetro è l’IAM

Nel cloud, il piano di controllo è l’IAM del provider. Ogni azione — leggere un bucket, avviare una macchina, cancellare un database — è una chiamata API autorizzata da una policy IAM. Il “firewall” più importante non è di rete: è chi può fare cosa.

  flowchart LR
    P[Principal:<br/>utente o workload] -->|chiamata API| API[API del cloud]
    API --> IAM{Policy IAM}
    IAM -->|consenti/nega| RES[Risorsa cloud]
    SIG[Identità + ruolo + condizioni] --> IAM
    style IAM fill:#fde2e4,stroke:#e63946

È lo schema PDP/PEP: l’IAM del provider è insieme il motore di decisione e l’enforcement, per ogni API. Governare bene l’IAM è fare Zero Trust nel cloud.

Identità dei workload, non chiavi statiche

L’errore cloud più comune e pericoloso è la chiave statica: credenziali a lunga vita incollate nel codice o in una variabile d’ambiente, che finiscono in un repository pubblico e vengono abusate. Lo Zero Trust nel cloud le elimina a favore di identità di workload native:

1
2
3
# anti-pattern vs Zero Trust
chiave statica:   ACCESS_KEY + SECRET nel codice  → ruba una volta, usa per sempre
ruolo/identità:   il workload assume un ruolo      → credenziali temporanee, auto-rinnovate

Una macchina o un container assume un ruolo e riceve credenziali temporanee che si rinnovano da sole — la versione cloud-native dell’identità di workload vista con SPIFFE/SPIRE. Nessun segreto da proteggere, rotazione automatica, furto a vita breve.

Minimo privilegio, sul serio

Le policy IAM tendono a gonfiarsi: *:* “per far funzionare le cose”, permessi aggiunti e mai tolti — il privilege creep in salsa cloud. Lo Zero Trust esige policy minime, basate sull’uso reale (gli strumenti del provider mostrano i permessi effettivamente usati vs concessi), e condizioni sulle policy: solo da certe reti, solo con MFA, solo su certe risorse.

CSPM: la postura delle risorse

Come i dispositivi hanno una postura, le risorse cloud hanno una configurazione che può essere sicura o no: un bucket pubblico, un database senza cifratura, un gruppo di sicurezza aperto al mondo. Il CSPM (Cloud Security Posture Management) analizza di continuo le configurazioni contro le best practice e segnala le derive. È la verifica continua applicata alla postura dell’infrastruttura, non degli endpoint.

Multi-cloud: identità federata

Con più provider, la frammentazione delle identità è il rischio. Lo Zero Trust spinge verso l’identità federata: un IdP centrale da cui i workload e gli utenti ottengono accesso ai vari cloud via federazione (OIDC), invece di silos di credenziali per provider. Un punto solo dove applicare policy e revocare.

Lab

Con l’ambiente free-tier di un provider cloud (o LocalStack per AWS in locale):

  1. Create un ruolo con permessi minimi per un compito specifico (es. leggere un solo bucket).
  2. Fate assumere il ruolo a un workload e verificate che riceva credenziali temporanee, non una chiave statica.
  3. Provate un’azione fuori dai permessi del ruolo: deve essere negata.
  4. Eseguite uno strumento CSPM open source (es. Prowler, ScoutSuite) e leggete i rilievi sulle configurazioni.
Domanda: se tutto nel cloud passa dall'IAM del provider, non sto semplicemente delegando la mia sicurezza al provider e sperando che faccia bene?

Qui aiuta il modello di responsabilità condivisa, che divide nettamente i compiti. Il provider è responsabile della sicurezza del cloud — l'infrastruttura fisica, l'hypervisor, la disponibilità del servizio IAM — e su quello sì, ci si fida (e lo si sceglie con cura, come un IdP). Ma la sicurezza nel cloud — quali policy IAM scrivete, se usate chiavi statiche o ruoli temporanei, se un bucket è pubblico, se attivate l'MFA — è interamente vostra, e il provider non la farà al posto vostro. La stragrande maggioranza delle brecce cloud non nasce da un fallimento del provider ma da una cattiva configurazione del cliente: una policy troppo larga, una chiave trapelata, un servizio esposto. Delegare all'IAM del provider non significa delegare le decisioni, significa avere un motore su cui applicarle — e quelle decisioni, cioè il minimo privilegio e la postura, restano il vostro lavoro. Il CSPM esiste proprio per verificare che lo stiate facendo bene.

Conclusione

Nel cloud lo Zero Trust è il modello nativo: niente perimetro, solo identità, API e configurazioni. Significa governare l’IAM come piano di controllo, sostituire le chiavi statiche con identità di workload temporanee, imporre il minimo privilegio con condizioni, e sorvegliare la postura delle risorse con il CSPM. La responsabilità della configurazione resta vostra. Resta un’ultima frontiera da coprire: i dati stessi, oggetto dello Zero Trust del prossimo capitolo.

Built with Hugo
Theme Stack designed by Jimmy